Comunità energetiche rinnovabili termiche ed elettriche: una sinergia ancora inesplorata

Perché non condividere anche il calore?
Da quando il D.Lgs. 199/2021 ha recepito in Italia la Direttiva RED II, le Comunità Energetiche Rinnovabili sono diventate il modello di riferimento per la produzione e condivisione locale di energia elettrica rinnovabile. Migliaia di soggetti (famiglie, imprese, enti pubblici, associazioni) si sono organizzati o stanno valutando di organizzarsi in CER per condividere l’energia prodotta da impianti fotovoltaici, accedere alla tariffa incentivante del GSE e ridurre la bolletta elettrica. Il dibattito pubblico, gli investimenti, i decreti attuativi si sono tutti concentrati sull’elettrico.
In questo contesto, la domanda che ci dovremmo porre è questa: perché la logica comunitaria e partecipata che ha trasformato il mercato dell’energia elettrica non viene applicata anche al calore?
Considerato che il settore termico del riscaldamento, raffrescamento e acqua calda sanitaria assorbe circa il 60% dei consumi di energia primaria in Italia, rappresenta la principale causa della dipendenza dal gas naturale e nel solo settore residenziale, la climatizzazione incide per circa il 70% dei consumi energetici totali dell’edificio, non potrebbe risultare vantaggioso replicare il modello di condivisione delle CER anche ad esso?
La risposta non è tecnica (le tecnologie ci sono, sono mature, hanno costi in rapida discesa), ma normativa e culturale. Le CER termiche non hanno ancora un quadro incentivante organico paragonabile a quello delle CER elettriche, e la pianificazione del calore a livello territoriale è ancora un concetto quasi assente negli strumenti urbanistici italiani.
Il modello esiste, funziona in molti Paesi europei e può generare benefici significativi per i partecipanti, per i territori e per il sistema energetico nazionale.
Basterebbe riconoscere che decarbonizzare il termico non è un obiettivo secondario rispetto all’elettrificazione dei trasporti o alla crescita del fotovoltaico, ma una condizione necessaria per raggiungere gli obiettivi di indipendenza energetica, per prendere spunto dagli esempi esistenti e creare le condizioni normative necessarie affinchè il modello CER si diffonda anche per il calore.
Cosa sono le CER termiche e qual è il quadro normativo
Il termine “Comunità Energetica Rinnovabile Termica” non è ancora codificato nell’ordinamento italiano con la stessa precisione del suo omologo elettrico. Non esiste, ad oggi, un decreto attuativo che definisca la CER termica come soggetto giuridico con diritti e obblighi specifici, né uno schema incentivante dedicato che ne riconosca la produzione di calore da fonti rinnovabili con la stessa sistematicità della tariffa incentivante GSE per l’energia condivisa.
Tuttavia, una CER termica, analogamente a quella elettrica, può essere definita operativamente come un insieme di soggetti (persone fisiche, condomini, imprese, enti pubblici) che si organizzano per produrre, distribuire e consumare collettivamente calore da fonti rinnovabili o da sistemi ad alta efficienza o da recupero di calore di scarto, attraverso una rete di distribuzione termica di prossimità.
Il riferimento normativo dal quale si potrebbe partire è la Direttiva UE 2023/1791 sull’efficienza energetica. L’articolo 25 obbliga gli Stati membri a presentare, nell’ambito del proprio Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, una valutazione globale del potenziale di riscaldamento e raffrescamento efficiente a livello nazionale; il paragrafo 6 dello stesso articolo impone agli Stati membri di fare in modo che i comuni con più di 45.000 abitanti si dotino di piani locali di riscaldamento e raffrescamento (in Italia ci sono 173 comuni sopra questa soglia).
L’articolo 26 della stessa Direttiva disciplina l’efficienza del teleriscaldamento e teleraffrescamento: impone piani di trasformazione obbligatori, dal 1° gennaio 2025, per i sistemi di teleriscaldamento e teleraffrescamento esistenti che non soddisfano i requisiti di efficienza; prevede che per ogni impianto nuovo o oggetto di ammodernamento sostanziale venga effettuata un’analisi costi-benefici per valutare la fattibilità economica del recupero del calore di scarto; e stabilisce che gli Stati membri debbano provvedere affinché i centri dati con potenza totale assorbita nominale superiore a 1 MW utilizzino il calore di scarto, salvo dimostrazione di impraticabilità tecnica o economica da parte del gestore.
Si tratta di un quadro normativo che, se correttamente recepito, creerebbe le condizioni strutturali per lo sviluppo delle CER termiche, ma il cui recepimento in Italia è ancora incompleto.
Il D.Lgs. 73/2020, che ha recepito la modifica alla precedente EED (Direttiva 2018/2002), prevede che il GSE predisponga periodicamente una valutazione del potenziale nazionale di cogenerazione ad alto rendimento e di teleriscaldamento efficiente, articolata per Regioni e Province Autonome — strumento che dovrebbe alimentare la pianificazione energetica territoriale ancora oggi largamente assente
Un elemento di grande rilievo pratico è il collegamento tra CER elettrica e pompe di calore che il D.Lgs. 199/2021 abilita indirettamente: le pompe di calore, in quanto carichi elettrici flessibili, sono i principali beneficiari dell’autoconsumo collettivo all’interno di una CER, e i contributi PNRR collegati alle CER -riservati ai comuni con meno di 5.000 abitanti – possono coprire fino al 40% delle spese ammissibili, inclusi impianti di produzione e sistemi di accumulo elettrico.
Questo aggancio – ancora poco sfruttato nella pratica – apre la strada a modelli integrati in cui la CER elettrica e la CER termica condividono la stessa base associativa, gli stessi soggetti promotori e, in parte, la stessa infrastruttura di governance, massimizzando i benefici dell’integrazione tra i due vettori energetici.
Confronto tra CER elettrica e CER termica
Prima di analizzare le sinergie tra le due tipologie di comunità energetica, è utile mettere a confronto le loro caratteristiche strutturali, normative e operative. La tabella che segue sintetizza le principali dimensioni di confronto.
| Dimensione | CER Elettrica | CER Termica |
|---|---|---|
| Vettore energetico | Energia elettrica condivisa tramite rete pubblica | Energia termica distribuita tramite rete di prossimità o vettori termici |
| Base normativa | D.Lgs. 199/2021, Titolo IV (artt. 8 e 31) – recepimento RED II | Quadro contrattuale privatistico; D.Lgs. 73/2020 (EED); impianti regolati come reti termiche locali |
| Incentivo principale | Tariffa incentivante GSE su energia condivisa (D.M. n. 414 del 7/12/2023 – Decreto CACER) | Non esiste un incentivo specifico, ma sono in vigore incentivi sugli investimenti in tecnologia (Conto Termico 3.0, TEE, Ecobonus |
| Dimensione tipica | Da condominio singolo a distretto urbano (potenza del singolo impianto non superiore a 1 MW) | Da edificio/isolato a quartiere; rete di teleriscaldamento da 100 kWt a diversi MWt |
| Principale criticità | Intermittenza produzione FV; gestione delle misure; simultaneità del consumo | Investimento infrastrutturale nella rete; governance tra soggetti diversi; assenza di quadro incentivante organico |
| Sinergia con l’altra CER | Il surplus FV alimenta pompe di calore e sistemi di carica PCM nella CER termica | L’accumulo termico PCM riduce i prelievi elettrici nei picchi, liberando energia per la CER elettrica |
Il confronto evidenzia che le due tipologie di CER non sono alternative ma complementari: operano su vettori diversi, si basano su strumenti normativi diversi, ma condividono la stessa logica di fondo: la valorizzazione delle risorse energetiche locali attraverso modelli di partecipazione e governance condivisa.
La loro integrazione non è solo possibile, ma è abilitante per massimizzarne i benefici.
La sinergia tra CER elettrica e CER termica: dove sta il valore
La sinergia tra CER elettrica e CER termica non è un concetto astratto. Si fonda su una complementarità fisica precisa: il fotovoltaico produce energia elettrica con un profilo temporale caratterizzato da picchi nelle ore centrali della giornata, spesso non coincidenti con i momenti di maggiore domanda elettrica degli utenti. Questo surplus, se non autoconsumato o condiviso all’interno della CER, viene ceduto alla rete a prezzi inferiori al costo di acquisto.
La pompa di calore è uno dei carichi elettrici più flessibili disponibili in un sistema residenziale o di piccola industria: può essere avviata e fermata con grande rapidità, opera con COP più elevato nelle pompe aria/acqua nelle ore più miti della giornata e nelle stagioni intermedie, mentre nelle pompe acqua/acqua su falda il COP è più stabile grazie alla temperatura costante della sorgente, e può produrre calore “immagazzinabile” per essere consumato in un secondo momento.
L’accumulo termico è il terzo elemento della sinergia, e quello che la rende concretamente efficace. Un sistema PCM (Phase Change Materials) correttamente dimensionato consente di stoccare il calore prodotto dalla pompa di calore nelle ore di surplus fotovoltaico e di restituirlo nelle ore serali e notturne, quando la domanda di riscaldamento o di acqua calda sanitaria è massima e la produzione fotovoltaica è nulla. Questo meccanismo di disaccoppiamento temporale tra produzione elettrica e consumo termico ha tre effetti misurabili e simultanei.
- Aumento dell’autoconsumo del fotovoltaico: la pompa di calore assorbe il surplus FV invece di cederlo alla rete, aumentando la quota di energia autoprodotta effettivamente consumata all’interno della CER. In sistemi ben progettati, l’autoconsumo può salire dal 30-40% tipico di un impianto FV residenziale senza accumulo, al 60-70% in presenza di pompa di calore e accumulo termico PCM.
- Riduzione dei prelievi elettrici nei picchi serali: il calore stoccato nel PCM durante le ore centrali viene rilasciato nelle ore serali, riducendo il fabbisogno elettrico della rete di riscaldamento nel momento in cui l’energia elettrica è più costosa.
- Ottimizzazione del COP della pompa di calore: la flessibilità dell’orario di funzionamento consentita dall’accumulo permette di far operare la pompa di calore nelle condizioni termodinamiche più favorevoli – tipicamente nelle ore centrali della giornata, quando le temperature esterne sono più elevate – invece di essere costretti ad avviarla nelle ore più fredde della notte per inseguire la domanda.
Modelli di governance: chi fa cosa in una CER integrata
La governance di una CER integrata – che comprenda sia la dimensione elettrica sia quella termica – è una delle questioni più delicate. Non esiste un modello universale: la scelta dipende dal contesto territoriale, dalla composizione della comunità, dalla natura dei soggetti coinvolti e dalla complessità dell’infrastruttura da gestire.
Il soggetto promotore e la struttura giuridica
Il D.Lgs. 199/2021 consente alle CER elettriche di assumere diverse forme giuridiche: associazioni, cooperative, fondazioni, enti del Terzo Settore – con esclusione delle forme societarie con scopo di lucro (SpA e Srl), non compatibili con il requisito di assenza di finalità lucrativa.
Per le CER integrate che includono anche la dimensione termica, la scelta della forma giuridica deve tenere conto di ulteriori elementi: la necessità di gestire un’infrastruttura fisica (la rete termica), la possibilità di svolgere attività commerciali (vendita di calore), i rapporti con i soggetti finanziatori e la responsabilità verso i partecipanti.
Una soluzione efficace, già sperimentata in alcuni contesti europei, è il modello a doppio livello: un soggetto del Terzo Settore – tipicamente un’associazione riconosciuta, una cooperativa o un ETS – che funge da soggetto promotore e referente normativo della CER elettrica, affiancato da una società consortile a responsabilità limitata – partecipata dagli stessi soggetti – che gestisce la rete termica, la centrale di produzione e la fatturazione del calore ai partecipanti.
I ruoli dei soggetti partecipanti
In una CER integrata ben strutturata, ogni categoria di partecipanti svolge un ruolo specifico che contribuisce all’equilibrio del sistema.
- I soggetti produttori di energia elettrica (privati con impianti FV su tetti e pensiline, Comuni con impianti su edifici pubblici) conferiscono energia al sistema e accedono alla tariffa incentivante del GSE sulla quota condivisa.
- I consumatori residenziali beneficiano di calore a tariffa stabile e prevedibile, eliminano la caldaia a gas, riducono la bolletta elettrica e migliorano il comfort abitativo. Nei condomini già dotati di riscaldamento centralizzato, la transizione è particolarmente agevole.
- Le imprese del territorio possono conferire calore di scarto (da processi produttivi, da data center, da impianti di trattamento delle acque) alla rete termica comunitaria, trasformando un costo di smaltimento in una potenziale entrata o in una riduzione del costo energetico del proprio processo.
- Gli enti pubblici e le amministrazioni locali svolgono un ruolo di pianificazione e coordinamento, mettendo a disposizione superfici pubbliche per gli impianti, integrando la CER con gli strumenti urbanistici (PAESC) e fungendo da ancora di domanda stabile attraverso gli edifici pubblici connessi alla rete.
- Il soggetto gestore della rete termica (tipicamente la s.r.l. consortile o una utility di prossimità) si occupa di progettazione, realizzazione, manutenzione e controllo dell’infrastruttura, garantendo la continuità del servizio e la qualità della fornitura.
La tariffazione del calore e la ripartizione dei benefici
Uno degli aspetti più critici e al tempo stesso più strategici della governance termica è la definizione della tariffa del calore. A differenza dell’energia elettrica, che ha un prezzo di mercato di riferimento trasparente e aggiornato in tempo reale, il calore non ha un mercato di borsa: il suo costo dipende dalla tecnologia di produzione, dal costo del combustibile o dell’energia elettrica impiegata, dall’efficienza della rete e dalle scelte di ammortamento degli investimenti.
Nella CER integrata, la tariffa del calore può essere strutturata come una tariffa unitaria in €/kWh termico, aggiornata annualmente in funzione dei costi operativi effettivi e comprensiva di una quota fissa per la copertura degli investimenti infrastrutturali.
Una parte della tariffa può essere calcolata in modo da redistribuire ai partecipanti una quota dei benefici derivanti dall’integrazione con il fotovoltaico – riducendo il costo del calore nei periodi di alta produzione FV – creando così un meccanismo di incentivazione all’autoconsumo termico che premia la flessibilità dei comportamenti di consumo.
I benefici per i partecipanti
I benefici di una CER integrata elettrico-termica non sono teorici. Possono essere quantificati e comunicati ai potenziali partecipanti in modo trasparente, distinguendo tra benefici economici diretti, benefici ambientali e benefici di resilienza.
Benefici economici diretti
Il risparmio in bolletta è la motivazione principale che spinge cittadini e imprese ad aderire a una CER. In una CER integrata, il risparmio deriva da tre fonti distinte e cumulative. La prima è la riduzione del costo dell’energia elettrica acquistata dalla rete, grazie all’autoconsumo del fotovoltaico e alla tariffa incentivante sulla quota condivisa: in un sistema ben dimensionato, il risparmio sulla bolletta elettrica può essere dell’ordine del 25–40% rispetto a un utente non partecipante alla CER. La seconda è la sostituzione della caldaia a gas con la fornitura di calore dalla rete termica comunitaria: il calore prodotto da pompa di calore alimentata da fotovoltaico ha un costo equivalente significativamente inferiore. La terza fonte di risparmio è l’eliminazione dei costi di manutenzione e sostituzione della caldaia individuale e dei sistemi di trattamento dell’acqua per la prevenzione della Legionella.
Benefici ambientali
Una CER integrata con pompe di calore geotermiche o aria/acqua e accumulo PCM, alimentata prevalentemente da fotovoltaico, può ridurre le emissioni di CO₂ dell’utenza residenziale del 70–85% rispetto a un sistema tradizionale con caldaie individuali a gas e approvvigionamento elettrico dalla rete. Questo contributo è particolarmente rilevante in zona climatica E o F, dove i consumi di riscaldamento sono elevati e la stagione di funzionamento si estende per sette-otto mesi all’anno. Nei centri storici e nelle aree urbane dense, l’eliminazione delle caldaie individuali a gas riduce anche le emissioni di ossidi di azoto (NOx) e di polveri fini, con benefici diretti sulla qualità dell’aria.
Le condizioni per passare dalla teoria alla pratica
I modelli esistono, le tecnologie sono mature, i benefici sono quantificabili. Cosa manca, allora, per una diffusione su scala delle CER integrate? La risposta onesta è che mancano almeno tre condizioni, nessuna delle quali è insuperabile ma ciascuna delle quali richiede un intervento deliberato da parte di diversi attori.
1. Un quadro normativo dedicato
Le CER termiche hanno bisogno di un riconoscimento normativo specifico, che definisca i soggetti abilitati a costituirle, i requisiti minimi dell’infrastruttura termica, le modalità di accesso agli incentivi e i diritti dei partecipanti. Il modello più efficace sarebbe un decreto attuativo che, sul modello del D.M. 7/12/2023 per le CER elettriche, definisca la CER termica come soggetto a cui è riconosciuta la produzione di calore da fonti rinnovabili in forma condivisa, con accesso prioritario al Conto Termico 3.0 e possibilità di cumulare l’incentivo con la tariffa incentivante per l’energia elettrica condivisa. In assenza di questo decreto, le CER integrate possono comunque essere realizzate — come dimostrano le esperienze in fase di sviluppo in Italia e i casi europei già consolidati — ma richiedono un’ingegneria giuridica più complessa e costi di transazione più elevati.
2. Strumenti di pianificazione territoriale del calore
La Direttiva UE 2023/1791 obbliga gli Stati membri a sviluppare valutazioni del potenziale di riscaldamento e raffrescamento efficienti a livello locale. In Italia, questo obbligo non si è ancora tradotto in strumenti operativi diffusi: le mappe del calore residuo industriale, la pianificazione delle reti termiche di prossimità, l’integrazione con i Piani Urbanistici Generali (PUG) sono ancora esperienze isolate. Senza pianificazione territoriale, ogni CER termica deve partire da zero nella ricognizione delle risorse disponibili, nell’individuazione dei soggetti potenzialmente interessati e nella valutazione della fattibilità della rete. Un catasto del calore a livello comunale o provinciale — che mappa i flussi di calore di scarto disponibili, le temperature delle falde acquifere, la densità termica degli edifici — ridurrebbe drasticamente i costi di sviluppo di ogni singola iniziativa.
3. Competenze e cultura progettuale
La progettazione di una CER integrata richiede competenze che non appartengono a una singola disciplina: ingegneria termica, diritto societario, finanza di progetto, comunicazione comunitaria, gestione degli impianti. In molti contesti, la mancanza di figure professionali capaci di orchestrare queste competenze è il vero collo di bottiglia. Le utilities di prossimità, le società di servizi energetici (ESCo) strutturate e le associazioni di categoria possono svolgere un ruolo essenziale come soggetti aggregatori e promotori, abbassando la soglia di accesso per comunità che non dispongono internamente di tutte le competenze necessarie.
Due facce della stessa transizione
Le Comunità Energetiche Rinnovabili termiche ed elettriche non sono due mondi separati da tenere distinti per ragioni normative o tecnologiche. Sono due facce della stessa transizione, destinate a convergere man mano che il sistema energetico si orienta verso la produzione distribuita, la flessibilità della domanda e la valorizzazione delle risorse locali.
L’integrazione tra le due dimensioni è già tecnicamente possibile, economicamente vantaggiosa e socialmente desiderabile. Richiede un quadro normativo più maturo, strumenti di pianificazione territoriale più diffusi e competenze progettuali più accessibili.
Ma soprattutto richiede un cambio di prospettiva: smettere di pensare al termico come a un settore specialistico da delegare agli impiantisti e cominciare a trattarlo come un’infrastruttura collettiva, da progettare con la stessa attenzione che dedichiamo alle reti elettriche, alle reti idriche e alle reti di mobilità.
Il calore non è un sottoprodotto della transizione energetica. È il suo terreno più fertile.

